Digressione

Sfruttamento e distruzione del pianeta, crescita continua della popolazione umana, dominio pervasivo del capitalismo, diffusione capillare della tecnologia, progressiva obnubilazione mentale e morale della società umana. In tutto ciò, la buona notizia è che, dall’età primigenia dell’uomo e della donna liberi, la civiltà umana continua, inesorabilmente e inarrestabilmente, il suo infelice cammino lungo la strada della degradazione, avvicinandosi sempre più velocemente alla funerea ultima meta: l’irreversibile autoestinzione. Solo allora, tutti insieme, gli animali potranno finalmente gridare con gioia: «Libertà! Viva la libertà!».

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Se lo specismo è nato, come sostengono alcuni autori, e come io credo, con il neolitico, ovverosia con un cambio radicale del sistema di pensiero e di vita umano, si può davvero credere che fare attivismo all’interno del sistema, nel dialogo con una massa completamente assorbita dal sistema, seguendo le regole imposte dal sistema, e contribuendo noi stessi, chi in misura maggiore chi minore, a perpetuare il sistema, possa portare alla fine dello sfruttamento animale? Se lo specismo è nato da un cambio radicale del sistema, allora, per abbatterlo, occorre un cambio del sistema altrettanto radicale. Il vero problema, perciò, è se mai sarà possibile riuscire ad erigere un sistema tanto lontano da questo nostro mondo squallido e così irrimediabilmente compromesso: la risposta è ovvia. Ma, anche qualora si volesse credere che ciò sia pur possibile, mai lo sarà prima della quasi certa, ormai prossima, estinzione della specie umana. Solo un inveterato e irrealistico ottimista riuscirebbe a cullarsi nell’illusione e a vedere in tutto ciò una strada per la fine dello sfruttamento animale. Tutto quel che si può fare, allora, è solo questo: alleviare un poco le sofferenze e l’angoscia di certuni tra questa immensa moltitudine di oppressi e fuggiaschi.

Like most Vulcans, Spock is a vegetarian. Vulcans are a nonviolent species, which is reflected by their eating habits. This can easily be summed up with a quote from The Logic of Surak … which states: «Ideally, do no harm … As far as possible, do not kill. Can you return life to what you kill?». This philosophy would most likely imply that Vulcans are not just simply vegetarians, but vegans. … Some Vulcans have been known to eat replicated meat since it is only patterned after real meat and thus did not require violence to obtain as it is considered artificial. … Vulcans may consume meat only in dire circumstances where to do so is the only logical course of action.

(Fonte: SpockLives.com)

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Nella loro ottusa propaganda, i fanatici dell’abuso medico-scientifico degli animali spesso ricorrono alla notissima domanda: «È meglio salvare un topo o un bambino?». C’è poi una frangia di questi fanatici, che si propone, ebbene sì, come guidata da principi animalisti, che, riferendosi alla sperimentazione in medicina veterinaria, pone il quesito in questione nella seguente forma: «È meglio salvare la vita di un animale o la vita di 10.000 animali?». Ma questo quesito, in una forma o nell’altra, è formulato in modo fallace, e dimostra l’incredibile semplicismo della logica di questa gente, se di logica si può parlare. Soffermandosi a riflettere, si può infatti vedere che non si tratta semplicemente di scegliere tra la vita di un topo e la vita di un bambino, o altre variazioni sullo stesso tema, più o meno dettagliate ed elaborate. Non si tratta, infatti, di una situazione tipo in cui una casa va a fuoco, e noi dobbiamo decidere se salvare questo o quello. Più specificatamente, non si tratta di una situazione in cui, da una parte, abbiamo un topo che, per un caso incidentale, si trova in un laboratorio rinchiuso in una gabbia e con qualche genere di patologia, e, dall’altra, un bambino malato, e noi, incolpevoli sia con l’uno che con l’altro, dobbiamo decidere se salvare questo o quello. Si tratta, invece, di sottoporre, intenzionalmente e coattivamente, esseri senzienti a segregazione, sofferenze di diverso livello e distruzione della vita, nella speranza che ciò produca delle conoscenze di qualche tipo in medicina. Quando si sperimenta sugli animali, infatti, non c’è alcuna certezza che gli indicibili abusi a cui tali animali saranno sottoposti, nonchè l’annientamento della loro vita, servino a salvare un solo altro animale, umano o non umano; ed è per questo, infatti, che si chiamano esperimenti: se vi fosse certezza del risultato, allora, non ci sarebbe neppure la necessità di fare un esperimento. E, in verità, nella stragrande maggioranza dei casi, tali esperimenti, di fatto, non portano ad alcun minimo, apprezzabile vantaggio per chicchessia; basti pensare allo sterminio, incalcolabile, di animali d’ogni genere, compiuto nello studio dei tumori in tutto il mondo, da almeno un centinaio di anni, la cui futilità è pari solo all’angoscia che, ancora oggi, questo male desta in ognuno di noi. Da tutto ciò, ne risulta, pertanto, che quando si parla di sperimentazione sugli animali, si dovrebbe agire secondo il principio di cautela, ed evitare di sottoporre questi animali a qualsiasi tipo di esperimento, poichè per nessun singolo esperimento, e neppure con un milione di esperimenti al giorno, si potrà mai avere la certezza che saranno prodotti risultati utili di qualche tipo.

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Spesso ci si domanda perchè gli sperimentatori su animali continuino ad usare gli animali nei laboratori. Piuttosto, ci si dovrebbe domandare perchè mai non dovrebbero usarli. Questi uomini e donne di scienza – così si definiscono orgogliosamente, dimostrando in ciò tutta la loro piccineria – sono convinti, assolutamente convinti, che il tormento degli animali usati sia insostituibile e assolutamente indispensabile per il progresso medico-scientifico; e che, addirittura, senza l’uso degli animali, la ricerca, tout court, si fermerebbe. Ora, il problema, non è tanto la discutibilità di questo assunto da un punto di vista scientifico, assunto, di fatto, indimostrato e indimostrabile fino a prova contraria: poichè, se non si sperimentasse più sugli animali, semplicemente non possiamo prevedere quali strade prenderà la ricerca scientifica: ignoriamo, pertanto, se questa regredirebbe oppure se si rivoluzionerebbe; ma questo, purtroppo, è  argomento troppo arduo da capire per questi grandi cervelloni. Il problema è, invece, ciò che è contenuto nell’assunto stesso: ovvero lo scientismo assoluto e imperante, che antepone la scienza alla vita, all’infinito tormento degli animali martoriati. Ciò evidenzia una totale mancanza di rispetto per gli animali e come, per questi miserabili ottusi morali, la vita degli animali semplicemente non abbia alcun valore nel soppesare il progresso medico-scientifico a loro così caro. Dunque, fintantochè questi individui possono disporre liberamente di animali, non avranno alcuna necessità di trovare metodi scientifici alternativi e, quindi, non ci sarà mai una reale volontà di trovare alternative etiche all’abuso indiscriminato degli animali nei laboratori. Se dicessi ad un meccanico di non usare il giravite per svitare una vite, egli mi guarderà storto, non vedendo alcun motivo per non usare uno strumento per lui così importante nel suo lavoro. Così lo sperimentatore su animali: non capisce perchè mai ci si indigni per la vita di un animale. Non può capirlo, in quanto qualsiasi individuo di specie non umana, ai suoi occhi obnubilati da meccanicista, altro non è che un ordinario strumento da laboratorio. C’è, dunque, in questi individui, una profonda e radicata anempatia di base – in parte connaturata alla propria identità di essere umano, in parte impressa dalla società e, in particolare, dall’ambiente universitario e scientifico – che non può essere estirpata con la semplice logica morale. Per costringere un ottuso empatico di tal fatta a porre fine al tormento degli animali, l’unico modo sarebbe puntargli una rivoltella alla testa. Ma questo, pare, non si può fare.