Digressione

Nella sempre più sfrenata mania ossessiva per i cani che sta attraversando il nostro paese, tra i tanti fenomeni correlati uno che mi colpisce in particolare è quella che si potrebbe definire la bambinizzazione dei cani: ovvero quella singolare forma di antropomorfizzazione caratterizzata dal concepire, vedere e trattare il proprio cane come un bambino, come un eterno infante. Il pasto diventa “la pappa”, il bagno diventa “il bagnetto” e la leccata su un viso diventa “il bacetto”. Ci si relaziona col cane come fosse un bambino e su di esso si proietta tutta una serie di sentimenti e aspettative mal diretti. Ma la bambinizzazione dei cani non fa altro che deformare ai nostri occhi l’animale che abbiamo dinanzi, non più individuo completo e indipendente, ma creatura a metà, incapace di gestirsi autonomamente e dunque bisognoso della nostra provvidenziale guida e protezione. Ma non è forse questo un modo di esercitare il nostro controllo su un’altra creatura? Non è forse questa una forma di dominio su un altro essere?

Trattati come bestie. Una riflessione sull’Olocausto e il paragone inverso

Il paragone tra l’Olocausto e la condizione degli Animali sfruttati e perseguitati dalla società umana (da ora in poi: Paragone) desta nella nostra cultura una forte reazione di sdegno e condanna. Questa reazione rappresenta tuttavia un mero riflesso della rimozione dalla coscienza sociale del trattamento crudele che riserviamo a miliardi di Animali. Solo riconoscendo il valore della vita degli altri Animali e la tragicità della loro drammatica condizione attuale il Paragone può essere facilmente compreso e trovare piena legittimità.

Isaac Bashevis Singer, J. M. Coetzee, Helmut Friedrich Kaplan e soprattutto Charles Patterson con Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’olocausto hanno già da tempo intuito e ben messo in luce come la condizione degli Animali nella nostra società sia, sotto molti aspetti fondamentali, simile a quella degli ebrei sotto la persecuzione nazista: nelle celebri parole di Singer, «ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, gli uomini lo stanno facendo agli animali»1. Pare dunque ora superfluo dilungarsi ancora su questa questione. Ciò di cui invece si vorrebbe parlare è quello che si può definire il Paragone inverso.

Bisogna infatti osservare che, mentre da una parte il Paragone viene tenacemente respinto dalla società umana, dall’altra la stessa, con schizofrenica disinvoltura, ne conferma la legittimità, sebbene in un ribaltamento dei termini: ovvero convenendo, come spesso si sente dire, che gli ebrei erano «trattati come bestie». Eppure, conformemente alla logica, scambiando i termini del paragone il risultato non cambia: se gli ebrei erano trattati come gli Animali, ne consegue che gli Animali sono trattati come gli ebrei.

Appare dunque evidente come, nonostante il rifiuto ostentato, il Paragone sia presente, sebbene solo in forma latente e ad un livello subconscio, nel pensiero sociale contemporaneo. Il ribaltamento dello stesso tuttavia permette di evitare il doloroso trauma e il penoso senso di colpa che dovrebbero invece essere affrontati qualora il Paragone fosse accolto direttamente.

Nonostante ciò, però, anche nel cauto uso del Paragone inverso permane il rischio angosciante e sempre presente che qualcosa possa affiorare alla coscienza: proprio nell’intenzione di evidenziare la tragica condizione degli ebrei nel parallelo con gli Animali, si rivela infatti quella consapevolezza, da tenere costantemente repressa, sul trattamento crudele che riserviamo agli Animali; sul fatto che, ciò che accade abitualmente agli Animali negli allevamenti, nei laboratori biomedici e negli altri spazi di oppressione e persecuzione, sarebbe considerato inaccettabile se praticato su membri della nostra stessa specie.

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Spettacolarizzare l’antispecismo

Originariamente pubblicato su Earth Riot

Spesso viene denunciato il fatto che il veganismo, come prassi dell’antispecismo, sia stato fagocitato dal sistema e inglobato nelle dinamiche del capitalismo contemporaneo, finendo per essere spogliato dell’originale significato contestatario e ridotto ad una mera opzione dietetica o culinaria. Ma un’altra questione, parallela e per certi versi complementare, che mi pare assai importante in questo momento storico di vita dell’antispecismo, è la sua spettacolarizzazione da parte dell’industria massmediatica.

Così, da una parte distorcendo, denigrando e ridicolizzando il pensiero antispecista, dall’altra scavando nell’animalismo privo di ogni ideologia e fine a se stesso, si trasforma il tutto in un rozzo spettacolo da presentare a quel crescente pubblico sempre più apatico e acritico. Ciò dopotutto non sorprende, considerando che la sempre maggiore degradazione del sistema massmediatico rende necessaria la spettacolarizzazione di tutto ciò che viene divorato e vomitato, in modo da riuscire disperatamente a scalare lo share di qualche punto o a guadagnare qualche click e qualche like in più.

Ecco così che, tra un giornale satirico online lercio che deride gli animalisti, un comico pelato che veste i panni di uno chef vegano pelato, un’intervista di iene affamate di ascolti ad un “nazianimalista” che se vede qualcuno mangiare un panino col prosciutto gli ci sputa dentro, la risata è assicurata.

Giornalisti inetti poi non mancano mai di far notare l’ultima fesseria detta o fatta da qualche animalista che sfrutta l’attivismo per nutrire il proprio ego o, peggio ancora, per sfogare frustrazioni personali: che esulta se un terremoto devasta un paese dedito a sacrifici animali, o che invade chiassosamente il ristorante dello chef che cucina piccioni in TV, o che ogni mese trova qualcuno da denunciare e mettere in Croce, fosse anche solo perchè convinto che la gallina animatronica della pubblicità sia vera e soggetta a maltrattamenti.

Sempre più spesso poi si parla di “guerra tra vegani e carnivori”, ultimamente messa in scena anche in TV con alcuni dibattiti-scontri dal contenuto per lo più misero: ma basta girare un po’ per i social network per vedere che dietro questa “guerra” in realtà c’è solo una parapiglia di una massa indistinta di persone che ignorano il reale significato della lotta per la liberazione animale, prese come sono a bisticciare tra loro.

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Citazione

Frans de Waal sulla questione dell’autocoscienza negli animali non umani (da Naturalmente buoni, Garzanti Editore, 2001, pp. 91-92, 95):

Negli anni settanta Gordon Gallup, uno studioso americano di psicologia comparata, ideò un esperimento elegante ed estremamente convincente. All’insaputa del soggetto, gli veniva dipinta una macchia in una specifica parte del corpo invisibile senza l’aiuto di uno specchio, come per esempio la fronte.

Guidati dalla propria immagine riflessa, scimpanzè e oranghi … passarono una mano sulla macchia e poi si ispezionarono le dita attentamente, rendendosi conto che il colore sull’immagine riflessa era lo stesso che avevano sulla faccia. Altri primati … non fecero questa connessione.

Gallup stabilì la corrispondenza fra riconoscimento di sè e autocoscienza e fra quest’ultima e una moltitudine di capacità mentali superiori … Con questo esperimento l’uomo e le scimmie antropomorfe sono stati compresi in un dominio cognitivo che li differenzia da tutte le altre forme di vita.

Ciononostante è bene nutrire riserve verso le discriminanti troppo nette, indipendentemente dal fatto che collochino la nostra specie in una classe a sè o creino un’èlite cognitiva un po’ più ampia. Il test dello specchio non è molto efficace nel dare una misura dell’autocoscienza. Dopo tutto, questa si può esprimere in una miriade di altri comportamenti e coinvolgere altri sensi oltre la vista.

Che dire della sensibilità olfattiva del cane, che gli consente di distinguere fra la propria urina e quella di altri cani, dell’abilità del pipistrello di discernere l’eco dei propri suoni da quello dei suoni prodotti dai compagni, o della capacità delle scimmie di valutare alla perfezione se le loro mani, i loro piedi e la loro coda troveranno una salda presa nei rapidi spostamenti fra gli alberi?

Sì, non vi è dubbio che le antropomorfe condividano la nostra capacità di riconoscerci allo specchio, ma questa capacità non indica necessariamente che l’uomo e le antropomorfe siano gli unici animali autocoscienti.

Citazione

Donald R. Griffin sulla questione dell’autocoscienza negli animali non umani (da Menti animali, Bollati Boringhieri Editore, 1999, pp. 26-28, 318-321):

Per cominciare è utile riconoscere che il pensiero cosciente non è un’entità precisa e omogenea, poichè è evidente che esistono vari tipi e gradi di coscienza. Natsoulas ha messo in luce un’importante distinzione che viene spesso trascurata.

Un significato comune è quello che, seguendo l’Oxford English Dictionary, egli definisce Coscienza 3, «lo stato o la facoltà di essere mentalmente coscienti o consapevoli di qualunque cosa». … Un altro significato importante è quello che Natsoulas chiama Coscienza 4, così definito dall’Oxford English Dictionary: «il riconoscimento da parte del soggetto pensante dei propri atti o emozioni». Natsoulas aggiunge a questa definizione: «La Coscienza 4 è esemplificata dall’essere consapevoli, o dall’essere in grado di essere consapevoli, delle proprie percezioni, dei propri pensieri o di altri eventi mentali».

La Coscienza 3 di Natsoulas è essenzialmente la percezione cosciente, e può essere convenientemente definita coscienza percettiva. Il suo contenuto può implicare ricordi, anticipazioni, o il pensiero di oggetti o eventi non esistenti oltre che informazioni sensoriali immediate. … La Coscienza 4, come definita da Natsoulas, implica la consapevolezza cosciente di stare pensando o sentendo in un certo modo. Essa viene appropriatamente definita coscienza riflessiva, in quanto fa riferimento al possesso di un’immediata consapevolezza dei propri pensieri …

Molti studiosi del comportamento e [alcuni] filosofi ritengono probabile che gli animali a volte possano avere una coscienza percettiva, mentre la coscienza riflessiva sarebbe una caratteristica unicamente umana. … Molti di coloro che mettono in dubbio o negano che gli animali siano coscienti usano questo termine per fare riferimento alla coscienza riflessiva.

La coscienza riflessiva sarebbe difficile da rilevare negli animali, qualora ci fosse. Le persone possono parlare di ciò a cui stanno pensando, mentre si ritiene che gli animali ne siano incapaci, sebbene la comunicazione animale spesso possa avere la stessa funzione fondamentale … Proprio questa difficoltà di scoprire se gli animali esperiscano la coscienza riflessiva dovrebbe renderci cauti riguardo al fatto di escluderla.

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Citazione

Mark Bekoff sulla questione dell’autocoscienza negli animali non umani (da Dalla parte degli animali, Franco Muzzio Editore, 2003, pp. 156-159):

Le questioni da considerare quando si discute della coscienza negli animali sono assai controverse. … Se essere coscienti significa soltanto essere consapevoli del mondo che ci circonda, allora è ovvio che molti animali sono coscienti. La consapevolezza semplice di questo tipo viene chiamata coscienza percettiva.

[Ma] molti ricercatori argomentano che esistono gradi diversi di coscienza. Oltre alla coscienza percettiva c’è anche la coscienza di sè, la consapevolezza di chi si è nel mondo, che alcuni sostengono sia una coscienza di grado o livello “superiore”.

Alcuni scimpanzè, ma non tutti, guardandosi allo specchio, toccano la macchia messa loro sulla fronte mentre erano sedati e quindi non consapevoli che la macchia fosse stata messa proprio lì [il cosiddetto test dello specchio]. … Alcuni ricercatori sostengono che un comportamento autodiretto di questo tipo … per [gli scimpanzè] significhi «questo sono io», che perciò essi siano dotati di autocoscienza, sappiano chi sono.

Resta da determinare se una spiegazione così ricca per i comportamenti autodiretti sia giustificata. Tuttavia, non bisognerebbe usare la cautela su ciò che indicano le risposte a questo tipo di test per negare che alcuni animali sappiano chi sono. Semplicemente, non sappiamo ancora molto dell’autoconsapevolezza negli animali.

[Inoltre] si avverte la necessità di un maggior numero di ricerche su altri animali per i quali gli esperimenti con la tecnica della macchia risultano inappropriati, ovvero sulle specie per cui toccarsi la fronte non è un atto naturale. Bisogna condurre test specie-specifici che, pur essendo progettati da esseri umani, tengano conto del comportamento naturale degli animali che si vogliono studiare.

Non superare il test della macchia non significa non avere un concetto di sè, così come superarlo non vuol dire, per un individuo, essere consapevole della propria identità. … Non troverei strano rinvenire rudimenti di autoconsapevolezza in animali altamente sociali come i lupi, carnivori che vivono in branco e per i quali la coordinazione e l’efficienza della comunicazione interindividuale sono elementi essenziali per attività come la caccia, l’allevamento dei piccoli, la difesa del cibo e del territorio.

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Su Agilulfo, il desiderio di libertà e il destino dei cani

Agilulfo è un cane che viene dalla strada, con una storia piuttosto curiosa e per me in gran parte sconosciuta.

Della sua vita precedente alla nostra convivenza so solo che per un certo periodo ha vissuto in un canile comunale, poi è stato rilasciato in strada dallo stesso canile, perchè dal temperamento docile e quindi innocuo per gli esseri umani. Così almeno mi è stato detto.

È una storia paradossale. Ma, anche se non conosco bene le condizioni del canile dove Agilulfo ha vissuto, dopotutto, penso, in molti casi per un cane è meglio vivere per strada che nella gabbia di un canile.

Quando, anni fa, ho visto la prima volta Agilulfo, camminava per la strada. Ho iniziato a fare amicizia con lui offrendogli un po’ di crocchette. Poi ci siamo visti altre volte, perchè girava nella zona dove lavoravo. È stato inevitabile che alla fine decidessi di prenderlo con me – una decisione che probabilmente covava in me fin dalla prima volta che l’ho visto.

Agilulfo è un cane docile, è vero. Ma è anche un cane dallo spirito libero. Benchè abbia accolto di buon grado portare il collare e passeggiare legato al guinzaglio (segno che forse in passato ha vissuto con esseri umani), aspirava sempre alla libertà e a vagare libero.

A volte bastava che mi distraessi un attimo affinchè trovasse la via di fuga per scattare e scomparire veloce dietro un angolo (motivo per cui uno dei suoi nomignoli era “il fuggitivo”).

Inutile dire che, a meno che non mi trovassi in sella a una bicicletta, non avevo alcuna possibilità di stargli dietro: neanche un centometrista professionista riuscirebbe a correre dietro ad un cane lupo di trenta chili lanciato in corsa.

Comunque ritornava sempre a casa, a volte anche dopo mezz’ora o più (intanto che io vivevo ogni minuto in frenetica ansia), qualche volta bagnato fradicio, essendo una delle sue passioni lanciarsi in acqua tra un mare e un fiume.

Inoltre il suo chiodo fisso erano i gatti. Nelle lunghe passeggiate che facevamo insieme individuava tutti i gatti in vista e in breve tempo si era creato una dettagliata mappa mentale di tutte le zone più frequentate dai gatti.

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