Su Agilulfo, il desiderio di libertà e il destino dei cani

Agilulfo è un cane che viene dalla strada, con una storia piuttosto curiosa e per me in gran parte sconosciuta.

Della sua vita precedente alla nostra convivenza so solo che per un certo periodo ha vissuto in un canile comunale, poi è stato rilasciato in strada dallo stesso canile, perchè dal temperamento docile e quindi innocuo per gli esseri umani. Così almeno mi è stato detto.

È una storia paradossale. Ma, anche se non conosco bene le condizioni del canile dove Agilulfo ha vissuto, dopotutto, penso, in molti casi per un cane è meglio vivere per strada che nella gabbia di un canile.

Quando, anni fa, ho visto la prima volta Agilulfo, camminava per la strada. Ho iniziato a fare amicizia con lui offrendogli un po’ di crocchette. Poi ci siamo visti altre volte, perchè girava nella zona dove lavoravo. È stato inevitabile che alla fine decidessi di prenderlo con me – una decisione che probabilmente covava in me fin dalla prima volta che l’ho visto.

Agilulfo è un cane docile, è vero. Ma è anche un cane dallo spirito libero. Benchè abbia accolto di buon grado portare il collare e passeggiare legato al guinzaglio (segno che forse in passato ha vissuto con esseri umani), aspirava sempre alla libertà e a vagare libero.

A volte bastava che mi distraessi un attimo affinchè trovasse la via di fuga per scattare e scomparire veloce dietro un angolo (motivo per cui uno dei suoi nomignoli era “il fuggitivo”).

Inutile dire che, a meno che non mi trovassi in sella a una bicicletta, non avevo alcuna possibilità di stargli dietro: neanche un centometrista professionista riuscirebbe a correre dietro ad un cane lupo di trenta chili lanciato in corsa.

Comunque ritornava sempre a casa, a volte anche dopo mezz’ora o più (intanto che io vivevo ogni minuto in frenetica ansia), qualche volta bagnato fradicio, essendo una delle sue passioni lanciarsi in acqua tra un mare e un fiume.

Inoltre il suo chiodo fisso erano i gatti. Nelle lunghe passeggiate che facevamo insieme individuava tutti i gatti in vista e in breve tempo si era creato una dettagliata mappa mentale di tutte le zone più frequentate dai gatti.

Così, dopo le sue fughe, a volte tornava con graffiate sul muso e sul naso. A volte purtroppo tornava anche sporco di sangue. Sangue non suo. Una volta tornò anche con un gattino in bocca… (un altro dei suoi nomignoli era infatti “the killer”).

Così, nei miei molti pazienti tentativi di lasciarlo a volte libero durante le passeggiate, non era possibile averlo sempre sotto controllo e stare tranquilli, e alla fine, rassegnato, sono stato costretto a tenerlo sempre al guinzaglio.

Benchè mi impegnassi a portarlo a passeggio tutti i giorni, benchè, per dargli maggiore libertà di movimento, mi fossi fatto da me un guinzaglio con una corda di circa tre metri, e benchè spesso lo portassi in bicicletta, tenere Agilulfo legato al guinzaglio era per me sempre un dispiacere.

Ma oramai sono passati già alcuni anni da quando Agilulfo vive con me, e oggi non è più il ragazzo scattante che correva anche per mezz’ora dietro i gabbiani che si prendevano gioco di lui.

Inoltre, anche i gatti non sembrano più interessarlo molto. Forse perchè continuamente redarguito da me. Forse perchè correre dietro a un gatto costa molta energia e spesso se ne esce a mani vuote (o meglio, a bocca vuota).

Così, da un po’ di tempo, dove posso, riesco a lasciarlo libero senza perderlo di vista. Naturalmente devo sempre tenerlo sott’occhio in ogni momento e avere sempre una bicicletta sotto il sedere. E anche così il rischio che lo perda di vista, anche se minimo, rimane – ed è già successo alcune volte.

Tuttavia, vedere Agilulfo godersi, anche se solo per qualche minuto, il suo spazio di libertà tra i pochi angoli verdi della città, tra l’erba ancora non soffocata dal cemento e gli ultimi alberi ancora in vita, è sempre un’esperienza per me immensamente piacevole.

Il suo temperamento placido, tranquillo, che conserva dentro casa un po’ annoiato, viene sommerso dalla curiosità dell’esplorazione, dai mille odori che solo il suo raffinato olfatto canino percepisce, dallo sguardo vigile all’improvviso balzo in volo di un uccello.

È solo in questi momenti di fugace libertà che rivedo in Agilulfo l’animale che vorrebbe essere, e che avrebbe potuto essere in un mondo migliore. È solo in questi momenti che, quasi estraniato ai miei occhi, scorgo chiaro in lui il desiderio animale, bestiale, selvaggio, della libertà pura. Un desiderio che noi esseri umani abbiamo da lungo tempo dimenticato.

Spesso mi sono chiesto se sia stato giusto togliere Agilulfo dalla strada, dove comunque viveva in una zona di campagna, dove comunque viveva libero, per portarlo a vivere con me: dopotutto, sono stato io che ho deciso di portarlo a vivere con me. Io penso di sì, penso che sia stato un bene per lui, anche perchè i rischi per un cane, anche e soprattutto in zone di campagna, sono molti.

C’è stato comunque quello che voglio chiamare un tacito accordo tra me e lui, o comunque, per lui, un compromesso: l’aver negoziato la libertà, con tutti i rischi e le difficoltà che comporta per un cane vagabondo in un centro umano, con il conforto di una casa dove dormire e la sicurezza di avere sempre un pasto ogni giorno.

Spesso mi sono anche chiesto quale dovrebbe essere la vita della popolazione canina in uno sperabile futuro a-specista, dal momento che, in una situazione del genere, il cane non sarebbe più soggetto alla vita in cattività come “animale da compagnia” e a forme di sfruttamento in attività di interesse umano.

Dovremmo lasciare i cani vivere liberi in riserve naturali? Forse dovremmo addirittura lasciare che il cane scompaia per sempre, lasciando che sopravviva solo il suo antenato originario, il lupo?

Il cane rappresenta sicuramente un’eccezione nel mondo animale. Non nasce come animale selvatico, ma allo stesso tempo la sua storia è diversa da quella degli altri animali addomesticati, o meglio, schiavizzati dall’uomo nel corso del tempo.

Secondo l’ipotesi oggi più accreditata, il cane si è sviluppato da un processo di autodomesticazione del lupo come animale semidipendente dall’uomo: da lupi che rovistavano tra i resti dei primi insediamenti umani, è nato infine il cane, integrato nelle comunità umane e usato principalmente come guardiano, ausiliare da caccia e pastore.

La singolarità della storia evolutiva del cane insieme all’essere umano ha permesso anche la nascita di uno speciale rapporto con noi. Diversi studi portano a concludere che il cane sia “sintonizzato” sulla nostra specie. Ad esempio, a differenza dei lupi, i cani comunicano con gli occhi in modo molto simile agli esseri umani e sono in grado di comprendere meglio la gestualità umana, anche rispetto agli scimpanzè.

Penso quindi che – diversamente da quanto si potrebbe pensare per gli animali sfruttati negli allevamenti zootecnici – sarebbe un errore lasciare il cane ad un destino di estinzione.

Sicuramente l’ossessione per le razze canine (con tutti i problemi che comporta per gli stessi animali anatomicamente deformati e geneticamente degenerati) dovrebbe essere definitivamente condannata ed estinguersi insieme alle centinaia di razze, create a fantasia umana e per finalità umana, che nulla hanno a che vedere con il cane primigenio, le cui sembianze sono quelle di un lupo con tratti leggermente infantili. Non serve dire che anche l’allevamento, il commercio e lo sfruttamento del cane nelle varie attività umane debbano smettere di esistere.

Favorire l’inselvatichimento introducendo i cani in aree naturali adatte potrebbe essere una soluzione accettabile. Tuttavia, ciò forse rappresenterebbe un taglio troppo netto nella relazione reciproca che lega il cane all’uomo. Forse sarebbe preferibile lasciare che i cani vaghino liberi all’interno dei centri antropici, come già oggi accade con i “cani di quartiere” delle nostre città, alcuni diventati celebri e molto amati dai cittadini.

Una situazione di quest’ultimo tipo tuttavia solleverebbe tutta una serie di importanti questioni da affrontare. Ad esempio, come andrebbe gestita l’inevitabile presenza di cani aggressivi con l’uomo? Come comportarsi di fronte all’aggressione di un cane contro un altro animale? O come comportarsi di fronte alle aggressioni – naturali e funzionali nella comunità canina – tra gli stessi cani? Dovremmo intervenire nella gestione della riproduzione? Se sì, con quali modi?

Sono tutte questioni importanti, e che ora mi appaiono difficili se non impossibili da risolvere, ma confido che in uno scenario ora per me impossibile da concepire, la futura comunità umana saprà senz’altro risolvere.

La mia speranza di oggi è che anche i cani, insieme a tutti gli altri animali, possano un giorno vivere liberi. Nel frattempo, non posso fare altro che accontentarmi, felice, di vedere Agilulfo godersi i suoi momenti di libertà.

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