Citazione

Donald R. Griffin sulla questione dell’autocoscienza negli animali non umani (da Menti animali, Bollati Boringhieri Editore, 1999, pp. 26-28, 318-321):

Per cominciare è utile riconoscere che il pensiero cosciente non è un’entità precisa e omogenea, poichè è evidente che esistono vari tipi e gradi di coscienza. Natsoulas ha messo in luce un’importante distinzione che viene spesso trascurata.

Un significato comune è quello che, seguendo l’Oxford English Dictionary, egli definisce Coscienza 3, «lo stato o la facoltà di essere mentalmente coscienti o consapevoli di qualunque cosa». … Un altro significato importante è quello che Natsoulas chiama Coscienza 4, così definito dall’Oxford English Dictionary: «il riconoscimento da parte del soggetto pensante dei propri atti o emozioni». Natsoulas aggiunge a questa definizione: «La Coscienza 4 è esemplificata dall’essere consapevoli, o dall’essere in grado di essere consapevoli, delle proprie percezioni, dei propri pensieri o di altri eventi mentali».

La Coscienza 3 di Natsoulas è essenzialmente la percezione cosciente, e può essere convenientemente definita coscienza percettiva. Il suo contenuto può implicare ricordi, anticipazioni, o il pensiero di oggetti o eventi non esistenti oltre che informazioni sensoriali immediate. … La Coscienza 4, come definita da Natsoulas, implica la consapevolezza cosciente di stare pensando o sentendo in un certo modo. Essa viene appropriatamente definita coscienza riflessiva, in quanto fa riferimento al possesso di un’immediata consapevolezza dei propri pensieri …

Molti studiosi del comportamento e [alcuni] filosofi ritengono probabile che gli animali a volte possano avere una coscienza percettiva, mentre la coscienza riflessiva sarebbe una caratteristica unicamente umana. … Molti di coloro che mettono in dubbio o negano che gli animali siano coscienti usano questo termine per fare riferimento alla coscienza riflessiva.

La coscienza riflessiva sarebbe difficile da rilevare negli animali, qualora ci fosse. Le persone possono parlare di ciò a cui stanno pensando, mentre si ritiene che gli animali ne siano incapaci, sebbene la comunicazione animale spesso possa avere la stessa funzione fondamentale … Proprio questa difficoltà di scoprire se gli animali esperiscano la coscienza riflessiva dovrebbe renderci cauti riguardo al fatto di escluderla.

Ma la maggior parte delle evidenze discusse in questo libro suggerisce una coscienza percettiva piuttosto che riflessiva, e coloro che avvertono il bisogno viscerale di riservare alla nostra specie un qualche importante livello di coscienza possono aggrapparsi alla coscienza riflessiva come a un bastione, ancora difeso da molti, contro gli indizi sempre più numerosi che gli altri animali condividono in misura limitata molte delle nostre capacità mentali.

Vi è una categoria intermedia che non viene chiaramente trattata nelle definizioni di Natsoulas. Un animale potrebbe essere coscientemente consapevole di qualche segmento del proprio comportamento, ad esempio dell’atto di cibarsi oppure di fuggire da un predatore. Si tratterebbe di un caso speciale di coscienza percettiva.

Ma questo animale potrebbe essere incapace di pensare che era lui stesso a mangiare o a fuggire. Se così fosse, possiederebbe coscienza percettiva circa il proprio comportamento, ma non coscienza riflessiva, cioè coscienza di essere proprio lui il soggetto.

Tuttavia, se ammettiamo l’esistenza negli animali di una coscienza percettiva circa le proprie azioni, l’esclusione di una consapevolezza cosciente circa chi stia mangiando o fuggendo diventa una restrizione forzata e artificiale. Un animale capace di coscienza percettiva deve essere spesso consapevole che un suo compagno sta mangiando o fuggendo, cioè deve essere coscientemente consapevole sia dell’azione sia di chi la compie. Pertanto, un animale percettivamente cosciente ben difficilmente può essere inconsapevole delle sue proprie azioni riguardanti il cibo o la fuga.

Così, se gli si nega qualsiasi coscienza riflessiva, in realtà si suggerisce che le sue esperienze mentali implichino un grande «buco nero percettivo» riguardante le sue proprie attività. Tali considerazioni mettono in discussione la marcata tendenza di alcuni scienziati a sostenere che l’autoconsapevolezza sia una capacità unicamente umana …

Se ammettiamo che alcuni animali sono capaci di coscienza percettiva, dobbiamo poi considerare quale gamma di oggetti ed eventi possono consciamente percepire. A meno che tale gamma non sia estremamente ridotta, il corpo e le azioni dell’animale stesso devono rientrare nell’ambito della sua coscienza percettiva. … Non vi è nessuna parte dell’universo che sia più vicina e più importante per un animale del suo stesso corpo.

Ma coloro che ritengono che l’autoconsapevolezza sia un attributo esclusivamente umano spesso tornano a insistere che, sebbene gli animali possano essere percettivamente coscienti dei propri corpi, non possono tuttavia formulare pensieri come «sono io che corro, che mi arrampico su quest’albero, che caccio quella falena».

Tuttavia … se l’animale è percettivamente cosciente del proprio corpo, è difficile escludere che, analogamente, riconosca di essere lui, proprio lui, a correre, arrampicarsi o cacciare. Se ammettiamo che gli animali sono capaci di consapevolezza percettiva, negare loro qualche livello di autoconsapevolezza sembra una restrizione arbitraria e ingiustificata.

Recentemente Carruthers ha affermato che solo creature capaci di pensare coscientemente ai propri pensieri e di riferire ciò che pensano meritano simpatia e preoccupazione morale. Se i loro pensieri e le loro sofferenze non sono accessibili a una coscienza riflessiva riferibile, Carruthers sostiene che:

Poichè le loro esperienze, sofferenze incluse, sono non-conscie, le loro pene non comportano alcuna considerazione morale … Si spendono attualmente per alleviare i dolori dei bruti molto tempo e denaro che dovrebbero essere correttamente diretti verso esseri umani, e molte persone si stanno battendo per diminuire l’efficienza dei moderni metodi di allevamento a causa delle sofferenze che infliggono agli animali. … Tali atteggiamenti non solo sono moralmente insostenibili ma anche moralmente riprovevoli … Poichè i loro dolori (come tutti i loro stati mentali) sono non-consci, non si dovrebbe permettere loro di intralciare alcun obiettivo moralmente serio.

Sebbene Carruthers ritenga gli infanti umani non-consci, cioè privi di coscienza riflessiva, accorda loro lo status morale perchè più tardi saranno capaci di questo tipo di coscienza. Presumibilmente, sarebbe obbligato a concludere che un neonato affetto da una tara incurabile, che sicuramente lo ucciderà prima che possa raggiungere la coscienza riflessiva, ricadrebbe nella condizione non-cosciente che egli stesso attribuisce a quasi tutti gli animali, e sarebbe quindi esposto agli stessi abusi giustificabili. Ciò ricorda i seguaci di Cartesio di Port-Royal che, si dice, torturavano gli animali nella piena convinzione che le loro grida di agonia fossero paragonabili ai rumori di macchine.

[Per quanto poi riguarda il test dello specchio], è difficile accertare se l’insuccesso della maggior parte degli animali nel riconoscere le immagini allo specchio come rappresentazioni dei propri corpi dimostri che sono incapaci di autoconsapevolezza … oppure se essi non riescano per qualche altra ragione a correlare l’aspetto e i movimenti delle immagini allo specchio con quelle dei propri corpi.

Particolarmente imbarazzante è l’incapacità dei gorilla di esibire l’autoriconoscimento allo specchio, poichè sotto molti altri aspetti essi sembrano altrettanto versatili e intelligenti degli scimpanzè e degli oranghi [che invece sono in grado di superare eccellentemente il test dello specchio] [ndr: a tutt’oggi la capacità dei gorilla di superare il test dello specchio è controversa e i risultati discordanti sono di non facile interpretazione].

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