Citazione

Mark Bekoff sulla questione dell’autocoscienza negli animali non umani (da Dalla parte degli animali, Franco Muzzio Editore, 2003, pp. 156-159):

Le questioni da considerare quando si discute della coscienza negli animali sono assai controverse. … Se essere coscienti significa soltanto essere consapevoli del mondo che ci circonda, allora è ovvio che molti animali sono coscienti. La consapevolezza semplice di questo tipo viene chiamata coscienza percettiva.

[Ma] molti ricercatori argomentano che esistono gradi diversi di coscienza. Oltre alla coscienza percettiva c’è anche la coscienza di sè, la consapevolezza di chi si è nel mondo, che alcuni sostengono sia una coscienza di grado o livello “superiore”.

Alcuni scimpanzè, ma non tutti, guardandosi allo specchio, toccano la macchia messa loro sulla fronte mentre erano sedati e quindi non consapevoli che la macchia fosse stata messa proprio lì [il cosiddetto test dello specchio]. … Alcuni ricercatori sostengono che un comportamento autodiretto di questo tipo … per [gli scimpanzè] significhi «questo sono io», che perciò essi siano dotati di autocoscienza, sappiano chi sono.

Resta da determinare se una spiegazione così ricca per i comportamenti autodiretti sia giustificata. Tuttavia, non bisognerebbe usare la cautela su ciò che indicano le risposte a questo tipo di test per negare che alcuni animali sappiano chi sono. Semplicemente, non sappiamo ancora molto dell’autoconsapevolezza negli animali.

[Inoltre] si avverte la necessità di un maggior numero di ricerche su altri animali per i quali gli esperimenti con la tecnica della macchia risultano inappropriati, ovvero sulle specie per cui toccarsi la fronte non è un atto naturale. Bisogna condurre test specie-specifici che, pur essendo progettati da esseri umani, tengano conto del comportamento naturale degli animali che si vogliono studiare.

Non superare il test della macchia non significa non avere un concetto di sè, così come superarlo non vuol dire, per un individuo, essere consapevole della propria identità. … Non troverei strano rinvenire rudimenti di autoconsapevolezza in animali altamente sociali come i lupi, carnivori che vivono in branco e per i quali la coordinazione e l’efficienza della comunicazione interindividuale sono elementi essenziali per attività come la caccia, l’allevamento dei piccoli, la difesa del cibo e del territorio.

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Su Agilulfo, il desiderio di libertà e il destino dei cani

Agilulfo è un cane che viene dalla strada, con una storia piuttosto curiosa e per me in gran parte sconosciuta.

Della sua vita precedente alla nostra convivenza so solo che per un certo periodo ha vissuto in un canile comunale, poi è stato rilasciato in strada dallo stesso canile, perchè dal temperamento docile e quindi innocuo per gli esseri umani. Così almeno mi è stato detto.

È una storia paradossale. Ma, anche se non conosco bene le condizioni del canile dove Agilulfo ha vissuto, dopotutto, penso, in molti casi per un cane è meglio vivere per strada che nella gabbia di un canile.

Quando, anni fa, ho visto la prima volta Agilulfo, camminava per la strada. Ho iniziato a fare amicizia con lui offrendogli un po’ di crocchette. Poi ci siamo visti altre volte, perchè girava nella zona dove lavoravo. È stato inevitabile che alla fine decidessi di prenderlo con me – una decisione che probabilmente covava in me fin dalla prima volta che l’ho visto.

Agilulfo è un cane docile, è vero. Ma è anche un cane dallo spirito libero. Benchè abbia accolto di buon grado portare il collare e passeggiare legato al guinzaglio (segno che forse in passato ha vissuto con esseri umani), aspirava sempre alla libertà e a vagare libero.

A volte bastava che mi distraessi un attimo affinchè trovasse la via di fuga per scattare e scomparire veloce dietro un angolo (motivo per cui uno dei suoi nomignoli era “il fuggitivo”).

Inutile dire che, a meno che non mi trovassi in sella a una bicicletta, non avevo alcuna possibilità di stargli dietro: neanche un centometrista professionista riuscirebbe a correre dietro ad un cane lupo di trenta chili lanciato in corsa.

Comunque ritornava sempre a casa, a volte anche dopo mezz’ora o più (intanto che io vivevo ogni minuto in frenetica ansia), qualche volta bagnato fradicio, essendo una delle sue passioni lanciarsi in acqua tra un mare e un fiume.

Inoltre il suo chiodo fisso erano i gatti. Nelle lunghe passeggiate che facevamo insieme individuava tutti i gatti in vista e in breve tempo si era creato una dettagliata mappa mentale di tutte le zone più frequentate dai gatti.

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I nazisti: sostenitori dei diritti animali… e dei diritti umani

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che il partito nazista fu particolarmente attento alla protezione degli animali. Si tratta ovviamente di una tra le più classiche delle Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, seconda solo a quella sul sentimento zoofilo di Hitler.

La questione della protezione legislativa degli animali sotto il regime nazista (e di come la retorica mistificatoria dei detrattori dell’animalismo se ne serva) è stata magistralmente analizzata da Elizabeth Hardouin-Fugier. Come nota l’autrice, è facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì della questione della tutela legislativa degli animali così come dell’insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche, al fine di presentarsi come un fautore del progresso illuminato della nazione.

In questo quadro è interessante notare che il partito nazista, che si presentava agli occhi del popolo tedesco come un partito volto a migliorare le condizioni socioeconomiche della nazione, era attivamente impegnato in progetti filantropici con programmi di assistenza e sostegno alle fasce più deboli e bisognose della popolazione. Strano a dirsi, questa solidarietà umanitaria del regime nazista non sembra però preoccupare i detrattori dell’animalismo e ispirare lo stesso odio contro le associazioni filantropiche…

Pochi sanno che il partito nazista, non appena salì al potere nel 1933, fondò il Nationalsozialistische Volkswohlfahrt (Benessere popolare nazionalsocialista) o NSV, una importante organizzazione di assistenza sociale attiva durante il Terzo Reich che portava avanti programmi di assistenza per la maternità, l’infanzia e le fasce più giovani, assistenza medica e supporto alimentare: dopo il Deutsche Arbeitsfront (Fronte tedesco del lavoro), il NSV era la più grande organizzazione del partito nazista.

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Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Salute, protezione dei bambini, lotta contro la povertà, assistenza ai viandanti, unione del popolo, aiuto alle madri: questi sono i compiti del NSV – Diventa un membro»

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Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Sostieni il programma di assistenza per madri e bambini»

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Bambinaia del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt a passeggio con bambini (fonte: Wikimedia Commons)

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Su Hitler e l’amore per gli animali (e per i bambini)

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che Hitler fosse un grande amante degli animali. Benchè si tratti probabilmente della più popolare Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, e benchè la semplice zoofilia è cosa ben diversa dalla questione dei diritti animali, questa affermazione solleva un interessante interrogativo: Hitler era davvero un grande amante degli animali? E se è così, come si può conciliare questo con la sua visione odiosa della vita umana?

Come è noto, l’immagine di Hitler quale amante degli animali deriva direttamente dall’opera di propaganda del regime, impegnata a presentare il dittatore tedesco come un uomo «tanto semplice quanto buono», come lo descrisse lo stesso ministro della propaganda Joseph Goebbels. A tale scopo furono fatte circolare numerose fotografie che ritraevano Hitler in compagnia della sua famosa cagna, Blondi, o con altri animali:

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Una delle molte foto che ritraggono Hitler in compagnia di Blondi

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Hitler nutre due cerbiatti

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Hitler nutre un uccello che poi poggia sulla propria spalla

Al di là della propaganda, tuttavia, foto come queste mostrano un lato verosimilmente genuino di Hitler, ovvero la sua simpatia per gli animali: è noto ad esempio che il dittatore tedesco fosse molto affezionato alla sua cagna Blondi (la sua simpatia per gli animali tuttavia era una simpatia molto selettiva: Hitler ad esempio considerava i ratti delle «bestie schifose» o le galline degli animali irritanti da prendere a calci).

Questo non dovrebbe sorprendere più di tanto. Bisogna infatti ricordare che, sotto molti aspetti, Hitler – così come molti tra i nazisti più noti – era una persona normale, persino mediocre, che nella dimensione sociale dell’epoca si conformava a tutti i canoni più tradizionali.

Le deviazioni più spiccate nel suo pensiero riguardavano, da una parte, l’esaltazione per la razza ariana, e dall’altra l’atteggiamento di odio e disprezzo verso gli ebrei e, secondariamente, verso quei popoli considerati inferiori dall’ideologia nazista. Come ovvia conseguenza di questa concezione allucinata della vita umana, il pensiero di Hitler era infine dominato dal timore ossessivo della contaminazione biologica della purezza ariana.

In questo contesto risulta dunque chiaro come molti aspetti della vita privata non coinvolti da questa visione dell’esistenza potessero coesistere inalterati e venire normalmente accettati dalla comunità nazista. Così, atteggiamenti e comportamenti che per molti di noi sono considerati normali, come affezionarsi ad un cane o provare piacere nell’incontro inaspettato con un animale selvatico, non suscitavano alcun biasimo.

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Citazione

Su autocoscienza ed elefanti (da Le Scienze, Liberate Dumbo: la scienza dell’intelligenza degli elefanti, marzo 2014):

Per determinare se un animale ha coscienza di sé, i ricercatori collocano sul suo corpo un segno che può essere identificato solo allo specchio. Poi aspettano di vedere se l’animale, guardando il proprio riflesso, cerca di sbarazzarsi del segno. Se lo fa – è il ragionamento – significa che capisce quando sta guardando se stesso invece di un altro.

Nei primi studi sulla consapevolezza di sé dell’elefante, i ricercatori collocavano uno specchio fuori dalle sbarre di un recinto, con un angolo tale che gli animali potessero vedere solo il terzo superiore del proprio corpo. Gli elefanti reagivano all’immagine riflessa come a un altro elefante, alzando la proboscide in segno di saluto, ma non riuscivano a capire che i segni erano sul loro corpo.

Ma forse il problema era nella progettazione dell’esperimento? Dopo tutto, gli elefanti si identificano l’un l’altro soprattutto con il tatto, l’odore e il suono, e non con la vista, e gli animali dello studio non potevano indagare fisicamente lo specchio.

Così, nel 2005, Reiss, de Waal e Plotnik hanno deciso di ripetere gli esperimenti, ma permettendo agli elefanti di sfruttare tutti i sensi. Hanno installato uno specchio nel muro del recinto degli elefanti dello zoo del Bronx, a New York, lasciando che tre femmine di elefante asiatico – Patty, Maxine e Happy – fossero libere di avvicinarsi e controllarlo a piacimento. Al termine dell’esperimento, solo una delle tre, Happy, dopo essere passata davanti allo specchio un paio di volte, cominciò a toccare con la proboscide la X bianca marcata dai ricercatori sulla sua faccia, strofinando poi ripetutamente la parte dipinta con la punta della proboscide.

Il fatto che solo uno dei tre elefanti abbia notato la X potrebbe sembrare deludente, ma Reiss sottolinea che anche negli studi con gli scimpanzé a volte meno della metà supera la prova dello specchio, e Plotnik sostiene che una macchia casuale sulla faccia potrebbe non essere il migliore dei test sull’autocoscienza dei pachidermi. Mentre gli scimpanzé sono toelettatori esigenti che passano ore a spulciarsi l’un l’altro, gli elefanti si tengono in ordine irrorandosi con polvere e sporcizia per scoraggiare insetti e parassiti. E amano sguazzare nel fango, per cui potrebbero semplicemente non essere interessati a ripulirsi da una macchia.

Gli animali alle origini del cinema

L’industria del cinema è un settore dove lo sfruttamento e l’abuso degli animali è ben noto, a partire da pellicole di fama mondiale: celebre è la scena del bovide decapitato a colpi di machete nel film Apocalypse Now.

Ma l’uso degli animali nel cinema può essere rintracciato già nei primi filmati alle sue origini, in un periodo (fine del XIX secolo) in cui lo specismo aveva quasi definitivamente assunto la sua forma moderna (il sistema zootecnico industriale nasceva proprio in quegli anni negli Stati Uniti).

Questi primi filmati erano peculiarmente della durata di qualche decina di secondi e non avevano uno scopo narrativo – limitato alla rappresentazione di brevi sketch – ma più che altro documentaristico, rappresentando scene che potevano colpire l’attenzione dello spettatore, come esibizioni di acrobati, sportivi o ballerine, oppure scene riprese dalla vita quotidiana che presentassero un qualche aspetto spettacolare, come l’arrivo di un treno nel celebre omonimo filmato dei Lumière.

In questo quadro si intuisce come anche la presenza degli animali in questi primi filmati rappresentasse un elemento importante: fin dalle origini della nostra specie infatti gli animali hanno catturato la nostra attenzione e sono stati al centro del nostro pensiero e della nostra immaginazione.

Lo statunitense Thomas Edison è stato uno dei pionieri del cinema con l’invenzione del kinetoscopio, una cassa con una fessura posta in cima attraverso cui lo spettatore, avvicinando l’occhio, poteva vedere scorrere il filmato all’interno della cassa. Per massimizzare lo sfruttamento commerciale del kinetoscopio Edison fece preparare decine di brevi filmati. L’esplorazione di questo ricco repertorio ci fornisce pertanto l’opportunità di indagare la presenza degli animali alle origini del cinema.

Dato il loro sfruttamento quotidiano come mezzo di locomozione in quel periodo, i cavalli rappresentano gli animali più spesso presenti, soprattutto al traino delle carrozze per le vie cittadine. Qui vengono mostrati dei vigili del fuoco che lasciano la centrale a bordo delle carrozze dopo un allarme per un incendio (presumibilmente una scena preparata) (1896):

Altri filmati testimoniano l’uso dei cavalli nel settore dello spettacolo. Qui viene mostrata una corsa con cavalli (1897):

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