Digressione

Nella sempre più sfrenata mania ossessiva per i cani che sta attraversando il nostro paese, tra i tanti fenomeni correlati uno che mi colpisce in particolare è quella che si potrebbe definire la bambinizzazione dei cani: ovvero quella singolare forma di antropomorfizzazione caratterizzata dal concepire, vedere e trattare il proprio cane come un bambino, come un eterno infante. Il pasto diventa “la pappa”, il bagno diventa “il bagnetto” e la leccata su un viso diventa “il bacetto”. Ci si relaziona col cane come fosse un bambino e su di esso si proietta tutta una serie di sentimenti e aspettative mal diretti. Ma la bambinizzazione dei cani non fa altro che deformare ai nostri occhi l’animale che abbiamo dinanzi, non più individuo completo e indipendente, ma soggetto a metà, incapace di gestirsi autonomamente e dunque bisognoso della nostra provvidenziale guida e protezione. Ma non è forse questo un modo di esercitare il nostro controllo su un’altra creatura? Non è forse questa una forma di dominio su un altro essere?

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Su Agilulfo, il desiderio di libertà e il destino dei cani

Agilulfo è un cane che viene dalla strada, con una storia piuttosto curiosa e per me in gran parte sconosciuta.

Della sua vita precedente alla nostra convivenza so solo che per un certo periodo ha vissuto in un canile comunale, poi è stato rilasciato in strada dallo stesso canile, perchè dal temperamento docile e quindi innocuo per gli esseri umani. Così almeno mi è stato detto.

È una storia paradossale. Ma, anche se non conosco bene le condizioni del canile dove Agilulfo ha vissuto, dopotutto, penso, in molti casi per un cane è meglio vivere per strada che nella gabbia di un canile.

Quando, anni fa, ho visto la prima volta Agilulfo, camminava per la strada. Ho iniziato a fare amicizia con lui offrendogli un po’ di crocchette. Poi ci siamo visti altre volte, perchè girava nella zona dove lavoravo. È stato inevitabile che alla fine decidessi di prenderlo con me – una decisione che probabilmente covava in me fin dalla prima volta che l’ho visto.

Agilulfo è un cane docile, è vero. Ma è anche un cane dallo spirito libero. Benchè abbia accolto di buon grado portare il collare e passeggiare legato al guinzaglio (segno che forse in passato ha vissuto con esseri umani), aspirava sempre alla libertà e a vagare libero.

A volte bastava che mi distraessi un attimo affinchè trovasse la via di fuga per scattare e scomparire veloce dietro un angolo (motivo per cui uno dei suoi nomignoli era “il fuggitivo”).

Inutile dire che, a meno che non mi trovassi in sella a una bicicletta, non avevo alcuna possibilità di stargli dietro: neanche un centometrista professionista riuscirebbe a correre dietro ad un cane lupo di trenta chili lanciato in corsa.

Comunque ritornava sempre a casa, a volte anche dopo mezz’ora o più (intanto che io vivevo ogni minuto in frenetica ansia), qualche volta bagnato fradicio, essendo una delle sue passioni lanciarsi in acqua tra un mare e un fiume.

Inoltre il suo chiodo fisso erano i gatti. Nelle lunghe passeggiate che facevamo insieme individuava tutti i gatti in vista e in breve tempo si era creato una dettagliata mappa mentale di tutte le zone più frequentate dai gatti.

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Gli animali alle origini del cinema

L’industria del cinema è un settore dove lo sfruttamento e l’abuso degli animali è ben noto, a partire da pellicole di fama mondiale: celebre è la scena del bovide decapitato a colpi di machete nel film Apocalypse Now.

Ma l’uso degli animali nel cinema può essere rintracciato già nei primi filmati alle sue origini, in un periodo (fine del XIX secolo) in cui lo specismo aveva quasi definitivamente assunto la sua forma moderna (il sistema zootecnico industriale nasceva proprio in quegli anni negli Stati Uniti).

Questi primi filmati erano peculiarmente della durata di qualche decina di secondi e non avevano uno scopo narrativo – limitato alla rappresentazione di brevi sketch – ma più che altro documentaristico, rappresentando scene che potevano colpire l’attenzione dello spettatore, come esibizioni di acrobati, sportivi o ballerine, oppure scene riprese dalla vita quotidiana che presentassero un qualche aspetto spettacolare, come l’arrivo di un treno nel celebre omonimo filmato dei Lumière.

In questo quadro si intuisce come anche la presenza degli animali in questi primi filmati rappresentasse un elemento importante: fin dalle origini della nostra specie infatti gli animali hanno catturato la nostra attenzione e sono stati al centro del nostro pensiero e della nostra immaginazione.

Lo statunitense Thomas Edison è stato uno dei pionieri del cinema con l’invenzione del kinetoscopio, una cassa con una fessura posta in cima attraverso cui lo spettatore, avvicinando l’occhio, poteva vedere scorrere il filmato all’interno della cassa. Per massimizzare lo sfruttamento commerciale del kinetoscopio Edison fece preparare decine di brevi filmati. L’esplorazione di questo ricco repertorio ci fornisce pertanto l’opportunità di indagare la presenza degli animali alle origini del cinema.

Dato il loro sfruttamento quotidiano come mezzo di locomozione in quel periodo, i cavalli rappresentano gli animali più spesso presenti, soprattutto al traino delle carrozze per le vie cittadine. Qui vengono mostrati dei vigili del fuoco che lasciano la centrale a bordo delle carrozze dopo un allarme per un incendio (presumibilmente una scena preparata) (1896):

Altri filmati testimoniano l’uso dei cavalli nel settore dello spettacolo. Qui viene mostrata una corsa con cavalli (1897):

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La coscienza degli animali »

Lontani da Cartesio, l’evidenza della coscienza negli animali non umani non basta. Per essere degni di qualche considerazione morale, questi devono oggi dimostrare di possedere anche autocoscienza: l’ultima caratteristica che l’essere umano ha orgogliosamente rintracciato in sè per distinguersi dagli altri animali e legittimare così il proprio dominio. E per dimostrare di possedere autocoscienza gli animali devono superare un test studiato dagli esseri umani per gli esseri umani: il test dello specchio. Dimenticando che un cane è in grado di distinguere l’odore della propria urina da quello dell’urina degli altri cani. Così, se i cani ci sottoponessero al “test dell’urina”, direbbero che siamo noi a mancare di autocoscienza.