Digressione

Per i moderni spiriti scientisti sembra proprio che l’autocoscienza debba essere un requisito fondamentale per prendere in considerazione la vita e la sofferenza di un essere. Ma questo argomento ha tutta l’aria di essere un argomento specista.

Se infatti intendiamo l’autocoscienza in termini strettamente umani, ovvero come capacità di riflettere su di sè, e se poniamo il possesso di tale capacità come condizione indispensabile per la considerazione morale, si dovrebbe allora concludere che la maggior parte, se non tutti, gli altri animali devono essere esclusi dalla nostra sfera morale.

Infatti, pur se ci sono indizi di autocoscienza in altre, pochissime specie non umane, la questione è però tutt’altro che chiara. Piuttosto risulta alquanto evidente che non possiamo avere nessuna certezza che tale capacità sia posseduta dagli altri animali, data la loro impossibilità di comunicare con il linguaggio verbale ciò che potrebbero riconoscere come il proprio sè.

D’altra parte, proprio questa loro difficoltà, unita alla nostra enorme e incolmabile ignoranza sulle menti non umane, dovrebbe renderci molto cauti nell’escludere uno stato di autocoscienza negli altri animali.

Il possesso dell’autocoscienza come criterio per regolare la nostra condotta morale, se preso seriamente, risulterebbe poi alquanto problematico nei confronti di alcuni membri della nostra specie, quali gli infanti, i soggetti con gravi deficit mentali e coloro che si trovano in uno stato vegetativo permanente.

Eppure, nessuno di essi è escluso dalla nostra considerazione morale. Invece, in genere, riteniamo l’abuso degli infanti non meno, ma più esecrabile; e reagiamo alla loro sofferenza non con minore, ma con maggiore compassione. E lo stato vegetativo permanente è uno dei temi etici più dibattuti nella nostra società. Pertanto l’esclusione degli animali non umani dalla nostra sfera morale per una presunta mancanza di autocoscienza appare come un evidente pregiudizio di natura specista.

Si dovrebbe inoltre riflettere sul fatto che, poichè gli animali non umani sono esseri senzienti, essi devono essere anche autocoscienti, perlomeno a qualche livello e, ciò che è più importante, in un senso moralmente rilevante.

Essere senzienti significa infatti essere consapevoli delle sensazioni di piacere e di dolore che si sperimentano: un gatto che sperimenti piacere o dolore deve cioè essere consapevole che è lui, proprio lui, che sta sperimentando tali sensazioni. Essere senzienti significa dunque, in altre parole, essere autocoscienti di tali sensazioni.

Se così non fosse, il fatto di sperimentare piacere o dolore, nonchè gli stessi concetti di piacere e dolore, perderebbero ogni senso evoluzionistico. Difatti, solo in un essere autocosciente tali sensazioni diventano funzionali per l’esistenza dell’individuo. Ovvero, solo un essere autocosciente del piacere e del dolore sperimentati sarà indotto a perseguire il piacere e ad evitare il dolore e, in questo modo, ad aumentare le possibilità di vivere e riprodursi.

Annunci
Digressione

Nella sempre più sfrenata mania ossessiva per i cani che sta attraversando il nostro paese, tra i tanti fenomeni correlati uno che mi colpisce in particolare è quella che si potrebbe definire la bambinizzazione dei cani: ovvero quella singolare forma di antropomorfizzazione caratterizzata dal concepire, vedere e trattare il proprio cane come un bambino, come un eterno infante. Il pasto diventa “la pappa”, il bagno diventa “il bagnetto” e la leccata su un viso diventa “il bacetto”. Ci si relaziona col cane come fosse un bambino e su di esso si proietta tutta una serie di sentimenti e aspettative mal diretti. Ma la bambinizzazione dei cani non fa altro che deformare ai nostri occhi l’animale che abbiamo dinanzi, non più individuo completo e indipendente, ma soggetto a metà, incapace di gestirsi autonomamente e dunque bisognoso della nostra provvidenziale guida e protezione. Ma non è forse questo un modo di esercitare il nostro controllo su un’altra creatura? Non è forse questa una forma di dominio su un altro essere?

Trattati come bestie. Una riflessione sull’Olocausto e il paragone inverso

Originariamente pubblicato su Veganzetta »»»

Il paragone tra l’Olocausto e la condizione degli animali sfruttati e perseguitati dalla società umana (da ora in poi: Paragone) desta nella nostra cultura una forte reazione di sdegno e condanna. Questa reazione rappresenta tuttavia un mero riflesso della rimozione dalla coscienza sociale del trattamento crudele che riserviamo a miliardi di animali non umani. Solo riconoscendo il valore della vita degli altri animali e la tragicità della loro drammatica condizione attuale il Paragone può essere facilmente compreso e trovare piena legittimità.

Isaac Bashevis Singer, J. M. Coetzee, Helmut Friedrich Kaplan e soprattutto Charles Patterson con Un’eterna Treblinka hanno già da tempo intuito e ben messo in luce come la condizione degli animali nella nostra società sia, sotto molti aspetti fondamentali, simile a quella degli ebrei sotto la persecuzione nazista: nelle celebri parole di Singer, «ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, gli uomini lo stanno facendo agli animali» [1]. Mi pare dunque ora superfluo dilungarmi ancora su questa questione. Ciò di cui invece vorrei qui parlare è quello che si può definire il Paragone inverso.

Bisogna infatti osservare che, mentre da una parte il Paragone viene tenacemente respinto dalla società, dall’altra la stessa, con schizofrenica disinvoltura, ne conferma la legittimità, sebbene in un ribaltamento dei termini: ovvero convenendo, come spesso si sente dire, che gli ebrei erano «trattati come bestie». Eppure, conformemente alla logica, scambiando i termini del paragone il risultato non cambia: se gli ebrei erano trattati come gli animali, ne consegue che gli animali sono trattati come gli ebrei.

Appare dunque evidente come, nonostante il rifiuto ostentato, il Paragone sia presente, sebbene solo in forma latente e ad un livello subconscio, nel pensiero sociale contemporaneo. Il ribaltamento dello stesso tuttavia permette di evitare il doloroso trauma e il penoso senso di colpa che dovrebbero invece essere affrontati qualora il Paragone fosse accolto direttamente.

Nonostante ciò, però, anche nel cauto uso del Paragone inverso permane il rischio angosciante e sempre presente che qualcosa possa affiorare alla coscienza: proprio nell’intenzione di evidenziare la tragica condizione degli ebrei nel parallelo con gli animali, si rivela infatti quella consapevolezza, da tenere costantemente repressa, sul trattamento crudele che riserviamo agli animali; sul fatto che, ciò che accade abitualmente agli animali negli allevamenti, nei laboratori biomedici e negli altri spazi di oppressione e persecuzione, sarebbe considerato inaccettabile se praticato su membri della nostra stessa specie. Dopotutto, quando si dice che gli ebrei erano trattati come bestie, non si intende certo dire che erano trattati con cura e rispetto. Si vuol significare invece che erano trattati in modo brutale, disumano: cioè come sono trattati, da noi umani, gli altri animali.

Continua a leggere

Spettacolarizzare l’antispecismo

Originariamente pubblicato su Earth Riot »»»

Spesso viene denunciato il fatto che il veganismo, come prassi dell’antispecismo, sia stato fagocitato dal sistema e inglobato nelle dinamiche del capitalismo contemporaneo, finendo per essere spogliato dell’originale significato contestatario e ridotto ad una mera opzione dietetica o culinaria. Ma un’altra questione, parallela e per certi versi complementare, che mi pare assai importante in questo momento storico di vita dell’antispecismo, è la sua spettacolarizzazione da parte dell’industria massmediatica.

Così, da una parte distorcendo, denigrando e ridicolizzando il pensiero antispecista, dall’altra scavando nell’animalismo privo di ogni ideologia e fine a se stesso, si trasforma il tutto in un rozzo spettacolo da presentare a quel crescente pubblico sempre più apatico e acritico. Ciò dopotutto non sorprende, considerando che la sempre maggiore degradazione del sistema massmediatico rende necessaria la spettacolarizzazione di tutto ciò che viene divorato e vomitato, in modo da riuscire disperatamente a scalare lo share di qualche punto o a guadagnare qualche click e qualche like in più.

Ecco così che, tra un giornale satirico online lercio che deride gli animalisti, un comico pelato che veste i panni di uno chef vegano pelato, un’intervista di iene affamate di ascolti ad un “nazianimalista” che se vede qualcuno mangiare un panino col prosciutto gli ci sputa dentro, la risata è assicurata.

Giornalisti inetti poi non mancano mai di far notare l’ultima fesseria detta o fatta da qualche animalista che sfrutta l’attivismo per nutrire il proprio ego o, peggio ancora, per sfogare frustrazioni personali: che esulta se un terremoto devasta un paese dedito a sacrifici animali, o che invade chiassosamente il ristorante dello chef che cucina piccioni in TV, o che ogni mese trova qualcuno da denunciare e mettere in Croce, fosse anche solo perchè convinto che la gallina animatronica della pubblicità sia vera e soggetta a maltrattamenti.

Sempre più spesso poi si parla di “guerra tra vegani e carnivori”, ultimamente messa in scena anche in TV con alcuni dibattiti-scontri dal contenuto per lo più misero: ma basta girare un po’ per i social network per vedere che dietro questa “guerra” in realtà c’è solo una parapiglia di una massa indistinta di persone che ignorano il reale significato della lotta per la liberazione animale, prese come sono a bisticciare tra loro.

Continua a leggere

Su Agilulfo, il desiderio di libertà e il destino dei cani

Agilulfo è un cane che viene dalla strada, con una storia piuttosto curiosa e per me in gran parte sconosciuta.

Della sua vita precedente alla nostra convivenza so solo che per un certo periodo ha vissuto in un canile comunale, poi è stato rilasciato in strada dallo stesso canile, perchè dal temperamento docile e quindi innocuo per gli esseri umani. Così almeno mi è stato detto.

È una storia paradossale. Ma, anche se non conosco bene le condizioni del canile dove Agilulfo ha vissuto, dopotutto, penso, in molti casi per un cane è meglio vivere per strada che nella gabbia di un canile.

Quando, anni fa, ho visto la prima volta Agilulfo, camminava per la strada. Ho iniziato a fare amicizia con lui offrendogli un po’ di crocchette. Poi ci siamo visti altre volte, perchè girava nella zona dove lavoravo. È stato inevitabile che alla fine decidessi di prenderlo con me – una decisione che probabilmente covava in me fin dalla prima volta che l’ho visto.

Agilulfo è un cane docile, è vero. Ma è anche un cane dallo spirito libero. Benchè abbia accolto di buon grado portare il collare e passeggiare legato al guinzaglio (segno che forse in passato ha vissuto con esseri umani), aspirava sempre alla libertà e a vagare libero.

A volte bastava che mi distraessi un attimo affinchè trovasse la via di fuga per scattare e scomparire veloce dietro un angolo (motivo per cui uno dei suoi nomignoli era “il fuggitivo”).

Inutile dire che, a meno che non mi trovassi in sella a una bicicletta, non avevo alcuna possibilità di stargli dietro: neanche un centometrista professionista riuscirebbe a correre dietro ad un cane lupo di trenta chili lanciato in corsa.

Comunque ritornava sempre a casa, a volte anche dopo mezz’ora o più (intanto che io vivevo ogni minuto in frenetica ansia), qualche volta bagnato fradicio, essendo una delle sue passioni lanciarsi in acqua tra un mare e un fiume.

Inoltre il suo chiodo fisso erano i gatti. Nelle lunghe passeggiate che facevamo insieme individuava tutti i gatti in vista e in breve tempo si era creato una dettagliata mappa mentale di tutte le zone più frequentate dai gatti.

Continua a leggere

I nazisti: sostenitori dei diritti animali… e dei diritti umani

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che il partito nazista fu particolarmente attento alla protezione degli animali. Si tratta ovviamente di una tra le più classiche delle Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, seconda solo a quella sul sentimento zoofilo di Hitler.

La questione della protezione legislativa degli animali sotto il regime nazista (e di come la retorica mistificatoria dei detrattori dell’animalismo se ne serva) è stata magistralmente analizzata da Elizabeth Hardouin-Fugier. Come nota l’autrice, è facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì della questione della tutela legislativa degli animali così come dell’insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche, al fine di presentarsi come un fautore del progresso illuminato della nazione.

In questo quadro è interessante notare che il partito nazista, che si presentava agli occhi del popolo tedesco come un partito volto a migliorare le condizioni socioeconomiche della nazione, era attivamente impegnato in progetti filantropici con programmi di assistenza e sostegno alle fasce più deboli e bisognose della popolazione. Strano a dirsi, questa solidarietà umanitaria del regime nazista non sembra però preoccupare i detrattori dell’animalismo e ispirare lo stesso odio contro le associazioni filantropiche…

Pochi sanno che il partito nazista, non appena salì al potere nel 1933, fondò il Nationalsozialistische Volkswohlfahrt (Benessere popolare nazionalsocialista) o NSV, una importante organizzazione di assistenza sociale attiva durante il Terzo Reich che portava avanti programmi di assistenza per la maternità, l’infanzia e le fasce più giovani, assistenza medica e supporto alimentare: dopo il Deutsche Arbeitsfront (Fronte tedesco del lavoro), il NSV era la più grande organizzazione del partito nazista.

poster-nsv-01

Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Salute, protezione dei bambini, lotta contro la povertà, assistenza ai viandanti, unione del popolo, aiuto alle madri: questi sono i compiti del NSV – Diventa un membro»

poster-nsv-02

Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Sostieni il programma di assistenza per madri e bambini»

nsv-bambinaia-01

Bambinaia del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt a passeggio con bambini (fonte: Wikimedia Commons)

Continua a leggere

Su Hitler e l’amore per gli animali (e per i bambini)

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che Hitler fosse un grande amante degli animali. Benchè si tratti probabilmente della più popolare Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, e benchè la semplice zoofilia è cosa ben diversa dalla questione dei diritti animali, questa affermazione solleva un interessante interrogativo: Hitler era davvero un grande amante degli animali? E se è così, come si può conciliare questo con la sua visione odiosa della vita umana?

Come è noto, l’immagine di Hitler quale amante degli animali deriva direttamente dall’opera di propaganda del regime, impegnata a presentare il dittatore tedesco come un uomo «tanto semplice quanto buono», come lo descrisse lo stesso ministro della propaganda Joseph Goebbels. A tale scopo furono fatte circolare numerose fotografie che ritraevano Hitler in compagnia della sua famosa cagna, Blondi, o con altri animali:

hitler-blondi

Una delle molte foto che ritraggono Hitler in compagnia di Blondi

hitler-cerbiatti

Hitler nutre due cerbiatti

hitler-uccello

Hitler nutre un uccello che poi poggia sulla propria spalla

Al di là della propaganda, tuttavia, foto come queste mostrano un lato verosimilmente genuino di Hitler, ovvero la sua simpatia per gli animali: è noto ad esempio che il dittatore tedesco fosse molto affezionato alla sua cagna Blondi (la sua simpatia per gli animali tuttavia era una simpatia molto selettiva: Hitler ad esempio considerava i ratti delle «bestie schifose» o le galline degli animali irritanti da prendere a calci).

Questo non dovrebbe sorprendere più di tanto. Bisogna infatti ricordare che, sotto molti aspetti, Hitler – così come molti tra i nazisti più noti – era una persona normale, persino mediocre, che nella dimensione sociale dell’epoca si conformava a tutti i canoni più tradizionali.

Le deviazioni più spiccate nel suo pensiero riguardavano, da una parte, l’esaltazione per la razza ariana, e dall’altra l’atteggiamento di odio e disprezzo verso gli ebrei e, secondariamente, verso quei popoli considerati inferiori dall’ideologia nazista. Come ovvia conseguenza di questa concezione allucinata della vita umana, il pensiero di Hitler era infine dominato dal timore ossessivo della contaminazione biologica della purezza ariana.

In questo contesto risulta dunque chiaro come molti aspetti della vita privata non coinvolti da questa visione dell’esistenza potessero coesistere inalterati e venire normalmente accettati dalla comunità nazista. Così, atteggiamenti e comportamenti che per molti di noi sono considerati normali, come affezionarsi ad un cane o provare piacere nell’incontro inaspettato con un animale selvatico, non suscitavano alcun biasimo.

Continua a leggere