Sui “topi rubati” dall’università di Milano

Come esseri umani usiamo le parole per comunicare. Per raccontare. Ma spesso sono le parole che usiamo che raccontano molto di noi, e del nostro modo di vedere il mondo.

Il 28 aprile si è svolta la prima udienza che ha aperto il processo contro le tre attiviste e i due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che nella storica giornata del 20 aprile 2013 occuparono il Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano e liberarono oltre 400 topi e un coniglio.

Fin dal primo giorno i fanatici della sperimentazione animale portarono avanti una vergognosa campagna denigratoria e mistificatoria contro l’azione – campagna che raggiunse il culmine (e insieme il livello più basso) con la oramai nota a tutti storia dei topi “segregati nel cesso”.

La campagna in parola si distinse inoltre per un uso disinvolto del vocabolario italiano, al fine di criminalizzare sia gli attivisti, definiti come estremisti e in altri modi simili, sia la stessa azione, che da atto di disubbidienza civile qual era venne fatta passare, soprattutto grazie all’appoggio della stampa, come un atto criminale (un giornale arrivò addirittura a parlare di «attentato terroristico»).

Ma in particolare, in questa varia mistificazione linguistica, una cosa fa molto riflettere: i fanatici della sperimentazione animale (banalmente, si potrebbe dire) non parlarono mai di animali liberati. L’azione è stata da loro fin da subito definita come furto: così ad esempio si esprime l’autore di un articolo pubblicato da Pro-Test Italia alcuni giorni dopo l’evento. Accusa che hanno poi sempre continuato a portare avanti: ad esempio, nel 2016, lo stesso presidente di Pro-Test Italia, Dario Padovan, parla ancora di topi rubati.

Va tuttavia ricordato che gli animali segregati nei laboratori non furono portati via furtivamente, come avviene nel caso dei liberatori dell’ALF, ma furono consegnati agli attivisti dagli stessi responsabili dell’università. No, non certo per un atto di improvvisa compassione per gli animali tormentati. Ma solo in seguito ad un lunga trattativa con gli attivisti stessi, che da parte loro hanno posto fine all’occupazione e lasciato i locali.

Come si può vedere nel filmato dell’azione, d’altronde, gli attivisti, con in mano le scatole con dentro gli animali, escono dall’università da una porta ben illuminata e attesi da una folla di persone, e non sgattaiolando da una finestra su un vicolo deserto, come ci si aspetterebbe di vedere se gli attivisti avessero davvero deciso di portare via gli animali senza alcuna autorizzazione.

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