Trattati come bestie. Una riflessione sull’Olocausto e il paragone inverso

Originariamente pubblicato su Veganzetta »»»

Il paragone tra l’Olocausto e la condizione degli animali sfruttati e perseguitati dalla società umana (da ora in poi: Paragone) desta nella nostra cultura una forte reazione di sdegno e condanna. Questa reazione rappresenta tuttavia un mero riflesso della rimozione dalla coscienza sociale del trattamento crudele che riserviamo a miliardi di animali non umani. Solo riconoscendo il valore della vita degli altri animali e la tragicità della loro drammatica condizione attuale il Paragone può essere facilmente compreso e trovare piena legittimità.

Isaac Bashevis Singer, J. M. Coetzee, Helmut Friedrich Kaplan e soprattutto Charles Patterson con Un’eterna Treblinka hanno già da tempo intuito e ben messo in luce come la condizione degli animali nella nostra società sia, sotto molti aspetti fondamentali, simile a quella degli ebrei sotto la persecuzione nazista: nelle celebri parole di Singer, «ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, gli uomini lo stanno facendo agli animali» [1]. Mi pare dunque ora superfluo dilungarmi ancora su questa questione. Ciò di cui invece vorrei qui parlare è quello che si può definire il Paragone inverso.

Bisogna infatti osservare che, mentre da una parte il Paragone viene tenacemente respinto dalla società, dall’altra la stessa, con schizofrenica disinvoltura, ne conferma la legittimità, sebbene in un ribaltamento dei termini: ovvero convenendo, come spesso si sente dire, che gli ebrei erano «trattati come bestie». Eppure, conformemente alla logica, scambiando i termini del paragone il risultato non cambia: se gli ebrei erano trattati come gli animali, ne consegue che gli animali sono trattati come gli ebrei.

Appare dunque evidente come, nonostante il rifiuto ostentato, il Paragone sia presente, sebbene solo in forma latente e ad un livello subconscio, nel pensiero sociale contemporaneo. Il ribaltamento dello stesso tuttavia permette di evitare il doloroso trauma e il penoso senso di colpa che dovrebbero invece essere affrontati qualora il Paragone fosse accolto direttamente.

Nonostante ciò, però, anche nel cauto uso del Paragone inverso permane il rischio angosciante e sempre presente che qualcosa possa affiorare alla coscienza: proprio nell’intenzione di evidenziare la tragica condizione degli ebrei nel parallelo con gli animali, si rivela infatti quella consapevolezza, da tenere costantemente repressa, sul trattamento crudele che riserviamo agli animali; sul fatto che, ciò che accade abitualmente agli animali negli allevamenti, nei laboratori biomedici e negli altri spazi di oppressione e persecuzione, sarebbe considerato inaccettabile se praticato su membri della nostra stessa specie. Dopotutto, quando si dice che gli ebrei erano trattati come bestie, non si intende certo dire che erano trattati con cura e rispetto. Si vuol significare invece che erano trattati in modo brutale, disumano: cioè come sono trattati, da noi umani, gli altri animali.

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I nazisti: sostenitori dei diritti animali… e dei diritti umani

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che il partito nazista fu particolarmente attento alla protezione degli animali. Si tratta ovviamente di una tra le più classiche delle Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, seconda solo a quella sul sentimento zoofilo di Hitler.

La questione della protezione legislativa degli animali sotto il regime nazista (e di come la retorica mistificatoria dei detrattori dell’animalismo se ne serva) è stata magistralmente analizzata da Elizabeth Hardouin-Fugier. Come nota l’autrice, è facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì della questione della tutela legislativa degli animali così come dell’insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche, al fine di presentarsi come un fautore del progresso illuminato della nazione.

In questo quadro è interessante notare che il partito nazista, che si presentava agli occhi del popolo tedesco come un partito volto a migliorare le condizioni socioeconomiche della nazione, era attivamente impegnato in progetti filantropici con programmi di assistenza e sostegno alle fasce più deboli e bisognose della popolazione. Strano a dirsi, questa solidarietà umanitaria del regime nazista non sembra però preoccupare i detrattori dell’animalismo e ispirare lo stesso odio contro le associazioni filantropiche…

Pochi sanno che il partito nazista, non appena salì al potere nel 1933, fondò il Nationalsozialistische Volkswohlfahrt (Benessere popolare nazionalsocialista) o NSV, una importante organizzazione di assistenza sociale attiva durante il Terzo Reich che portava avanti programmi di assistenza per la maternità, l’infanzia e le fasce più giovani, assistenza medica e supporto alimentare: dopo il Deutsche Arbeitsfront (Fronte tedesco del lavoro), il NSV era la più grande organizzazione del partito nazista.

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Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Salute, protezione dei bambini, lotta contro la povertà, assistenza ai viandanti, unione del popolo, aiuto alle madri: questi sono i compiti del NSV – Diventa un membro»

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Manifesto nazista del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt: «Sostieni il programma di assistenza per madri e bambini»

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Bambinaia del Nationalsozialistische Volkswohlfahrt a passeggio con bambini (fonte: Wikimedia Commons)

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Su Hitler e l’amore per gli animali (e per i bambini)

Spesso i detrattori dell’animalismo, nel tentativo di denigrare la difesa dei diritti animali, affermano che Hitler fosse un grande amante degli animali. Benchè si tratti probabilmente della più popolare Reductio ad Hitlerum di tutti i tempi, e benchè la semplice zoofilia è cosa ben diversa dalla questione dei diritti animali, questa affermazione solleva un interessante interrogativo: Hitler era davvero un grande amante degli animali? E se è così, come si può conciliare questo con la sua visione odiosa della vita umana?

Come è noto, l’immagine di Hitler quale amante degli animali deriva direttamente dall’opera di propaganda del regime, impegnata a presentare il dittatore tedesco come un uomo «tanto semplice quanto buono», come lo descrisse lo stesso ministro della propaganda Joseph Goebbels. A tale scopo furono fatte circolare numerose fotografie che ritraevano Hitler in compagnia della sua famosa cagna, Blondi, o con altri animali:

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Una delle molte foto che ritraggono Hitler in compagnia di Blondi

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Hitler nutre due cerbiatti

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Hitler nutre un uccello che poi poggia sulla propria spalla

Al di là della propaganda, tuttavia, foto come queste mostrano un lato verosimilmente genuino di Hitler, ovvero la sua simpatia per gli animali: è noto ad esempio che il dittatore tedesco fosse molto affezionato alla sua cagna Blondi (la sua simpatia per gli animali tuttavia era una simpatia molto selettiva: Hitler ad esempio considerava i ratti delle «bestie schifose» o le galline degli animali irritanti da prendere a calci).

Questo non dovrebbe sorprendere più di tanto. Bisogna infatti ricordare che, sotto molti aspetti, Hitler – così come molti tra i nazisti più noti – era una persona normale, persino mediocre, che nella dimensione sociale dell’epoca si conformava a tutti i canoni più tradizionali.

Le deviazioni più spiccate nel suo pensiero riguardavano, da una parte, l’esaltazione per la razza ariana, e dall’altra l’atteggiamento di odio e disprezzo verso gli ebrei e, secondariamente, verso quei popoli considerati inferiori dall’ideologia nazista. Come ovvia conseguenza di questa concezione allucinata della vita umana, il pensiero di Hitler era infine dominato dal timore ossessivo della contaminazione biologica della purezza ariana.

In questo contesto risulta dunque chiaro come molti aspetti della vita privata non coinvolti da questa visione dell’esistenza potessero coesistere inalterati e venire normalmente accettati dalla comunità nazista. Così, atteggiamenti e comportamenti che per molti di noi sono considerati normali, come affezionarsi ad un cane o provare piacere nell’incontro inaspettato con un animale selvatico, non suscitavano alcun biasimo.

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